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Una leggenda chiamata Aspes Juma

Aspes Yuma

Il marchio Aspes non lo conoscono tutti, di sicuro gli under 40 non sanno di cosa siamo parlando.

Eppure c’è stato un periodo in cui Aspes voleva dire racing, motocross, cavalli, motori due tempi, olio ricinato, fango sudore e gloria.

Sarò il solito nostalgico, ma, rivedendo le foto di quelle magiche moto dai nomi epici ( Navajo, Hopi e Yuma per esempio) proprio non capisco cosa sia andato storto.

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Aspes, un marchio tutto italiano

L’Aspes (da Aspesi, cognome della moglie) nasce a Gallarate negli anni ’50 dalla mente imprenditoriale di Teodosio Sorrentino, per produrre soprattutto biciclette.

Seguendo l’onda del mercato e il successo del Ciao, Sorrentino si mette a produrre scooter, per poi convertirsi al fuoristrada, moda del momento.

Nel 1970 nasce l’Apache 125, prima moto vera, con motore Maico, forcella Ceriani e fosrcellone su boccole elastiche, un mezzo molto competitivo per i piloti privati di motocross.

Nella scuderia entra Felice Agostini, fratello di Giacomo, e i successi sportivi cominciano ad arrivare.

Nasce il Navajo, che con il suo inconfondibile serbatoio spigoloso in vetroresina, diventa un successo fra i sedicenni degli anni’70.

Sì, quelli che oggi stanno attaccati ai cellulari…

Ma l’ingresso in azienda di Piermario, primogenito del Sorrentino, appassionato di velocità, e di Giacomo Maestroni, tecnico Yamaha, portano alla nascita di un modello da pista subito vincente, la 125 Juniores Velocità, con motore Aspes.

Da quel motore nasce anche l’Hopi, erede dell’Apache, sempre più veloce e vincente.

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Aspes Yuma, niente di più veloce per i sedicenni

Nel 1973 la Casa di Gallarate presenta, al Salone di Milano, la Juma, una 125 stradale con il motore derivato da quello dell’Hopi.

La moto entrerà in produzione dal 1974, ottenendo un buon successo in Francia, dove sotto le insegne dell’importatore BPS si dimostrerà imbattibile nelle competizioni per moto di serie.

La Juma si dimostrerà la 125 più veloce in commercio (135 km/h di velocità massima).

In quegli anni chi aveva la Yuma era un tipo speciale, tendenzialmente ruvido, smanettone, amante delle pieghe e delle sfide bruciasemafori.

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Insomma apparteneva ad una tribù a parte, diversa dagli amanti della Vespa o dello Zundapp, parente però di quella degli appassionati di regolarità, ma senza fango.

La Yuma non era tanto bella, ma era cattiva, funzionale, efficace, lunga e stretta, racing nell’anima con quel super disco anteriore…ruvida, insomma.

La piccola belva aveva  una linea  aggressiva, alla quale contribuivano la sella monoposto,(e le ragazze?) i due semimanubri, le pedane arretrate ed il serbatoio allungato con mentoniera di protezione che permetteva di sdraiarsi sul serbatoio.

Era rifinita come una moto artigianale, ma costava caro, più di un milione, che, a quei tempi, era il top di categoria.

Nel 1977 nacque il trofeo Monomarca Yuma, palestra dei giovani piloti italiani, come Gresini e Reggiani, che contribuì al fascino della monocilindrica di Gallarate.

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La fine del marchio Aspes

La parabola della Aspes è simile a quella di quasi tutti i marchi artigianali degli anni ’70: la fine della moda del fuoristrada, l’ondata delle enduro Giapponesi, le piccole dimensioni delle aziende, insomma la fine di un’epoca.

Il marchio viene assorbito nell’82 dalla Milani Motori sbattuto su serbatoi a casaccio fino all’estinzione.

A tutt’oggi il modello più ricercato dagli appassionati è proprio la Yuma (o Juma), forse perchè ancora oggi può dire la sua in circuito o ai semafori, sempre ammesso che vi facciano entrare in Area C…

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