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Laverda, una moto per l’Italia

Laverda 750 SFC

A volte sembra che certi marchi siano in mezzo a noi, ti giri e li vedi, eppure sono scomparsi, come Laverda, per esempio.
Laverda: sembra ieri che la sua 1000 tre cilindri Jota sfrecciava per le autostrade sverniciando le giapponesi e sembra quasi stamattina che le LZ 125 contendevano alle jap il culo fasciato levis degli sbarbati anni’80.
La mia solita nostalgia canaglia? no, ragazzi, questo è marketing e vi spiego perchè.

Laverda

COSì, PER CAZZEGGIARE

Un marchio glorioso

Non ve la voglio fare lunga con un pippone storico: partiamo dalla fama che si era conquistata la casa di Breganze all’estero, cioè la Lamborghini a due ruote: supersportiva, italiana e con le origini da una fabbrica di macchine agricole, come la scuderia dei tori di Modena.

Nel dopoguerra, la passione per i motori e le opportunità di un mercato che chiedeva mezzi di trasporto a basso costo spinse la famiglia Laverda a investire nelle motoleggere, con modelli di 75 cc che però si mostrarono subito pronti per le gare di durata, tipo il Motogiro d’Italia, spingendo in alto la reputazione della scuderia emiliana.

Gli anni ’70 e l’avvento dei colossi Jap condusse Laverda nel settore delle maxi moto, con la messa in produzione dell’iconico bicilindrico frontemarcia di 750 cc che, abbinato ad una ciclistica raffinatissima lo rese vincente in tutta Europa e performante sulle strade, diventando un punto di riferimento per raffinati motards.

laverda_750

Il successivo sviluppo del motore, con l’aggiunta del terzo cilindro e l’aumento della cubatura a 1000 e successivamente a 1200 cc rese le frecce arancioni di Breganze una realtà del motociclismo sportivo italiano negli anni ’70 e ’80.

Laverda 1000

Indimenticabile la Laverda 6 cilindri: due soli esemplari prodotti, ma che in gara sfoderò prestazioni eccezionali, con soluzioni d’avanguardia derivate dalle vetture di formula uno, portato in gara sperimentalmente da Nico Cereghini nel 1978, messa poi fuorilegge dai regolamenti che vietarono le moto con più di 4 cilindri.

LAVERDA 6 cilindri

la mitica sei cilindri

La fine del mito Laverda

Con la fine degli anni ’80, nonostante la gamma si fosse ampliata con modelli di cilindrate medie e piccole, il declino commerciale portò ad un calvario di cessioni del marchio.

Ricordo con affetto le piccole LZ col motore Zundapp a me tanto caro che si vendevano come il pane e le bellissime 500 che permettevano a piloti in erba le prime esperienze su pista con il famoso trofeo Laverda, che con un kit che scostava un milioncino ti faceva sentire Barry Sheene una domenica al mese.

Ma lo strapotere nipponico stritolò Laverda, che passò di mano prima del gruppo Aprilia poi Piaggio, per poi chiudere la produzione definitivamente.

lz 125

Pubblico appello per la resurrezione

Tutto questo sproloquio per arrivare al punto: possibile che l’imprenditoria meccanica italiana non sia in grado di resuscitare un marchio così glorioso come Laverda restituendogli dignità, splendore e lustro commerciale, in questa scenario globalizzato dove il lusso e l’eccellenza italiana stanno conoscendo una nuova età dell’oro?

In fondo il gruppo Piaggio ha tecnologia e know how tale da creare e mettere in produzione una tre cilindri di 1000 cc ( o 2 cilindri di 750, non importa) con un fior di telaio e super componentistica tale da impensierire il predominio Ducati,

Questo permetterebbe al gruppo di  inserirsi in una nicchia oggi ambitissima di superbikes ad alto prezzo per i mercati più ricchi che snobbano Aprilia (onestamente un marchio troppo cheap) e Moto Guzzi, lontana dai fasti della California e della V7 sport.

Se non Piaggio, perchè il gruppo Fiat (Lapo, dov sei?) non si muove come ha fatto Audi con Ducati?

O dobbiamo aspettare ancora una volta che Tedeschi, Cinesi e Indiani ci insegnino la lezione?

laverda

FOR BIKERS ONLY

 

 

 

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