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50 anni fa nasceva l’Alfetta

Forse non sarà l’Alfa più scintillante e onusta di gloria della storia del Biscione, ma l’Alfetta ha segnato un’epoca della nostra memoria, a cavallo fra gli anni ’70 e gli anni ’80.

E poi, chi di noi non ha avuto uno zio o il papà con l’Alfetta?

alfetta 1972

Winds of change

Siamo nel 1971 e si comincia a intravedere un certo calo di interesse della clientela per la 1750 e la Giulia, modelli che avevano fatto la storia ma che necessitavano di una sostituzione per mantenere il primato giustamente acquisto nelle berline sportive.

Nei primi anni’70 dettavano legge le linee tese, così il Centro Stile Alfa di Giuseppe Scarnati partorisce l’Alfetta come noi la conosciamo, una moglie elegante, forse non la fidanzata sexy che l’italiano cercava nell’Alfa, ma ormai i tempi stavano cambiando…

A garantire la sportività del progetto c’era il nome del modello derivato dal nomignolo dalle Alfa 158 e 159, vincitrici del mondiale di Formula uno con Juan Manuel Fangio.

Ma agli alfisti veri preoccupava di più che l’innovativo sistema transaxle non stravolgesse il tanto amato schema motore anteriore-trazione posteriore.

Con il suo 1800 da 122 cavalli, per l’epoca di tutto rispetto, l’Alfetta continuava la tradizione di belve da salotto del marchio del Portello, celebri per le sensazioni che trasmettevano e che le concorrenti nibelunghe si sognavano.

Alfetta

Innovazione nella tradizione

Che dire? l’Alfetta aveva un bialbero in lega di alluminio, un raffinato ponte De Dion posteriore, quattro freni a disco e una carrozzeria che rappresentava un passo verso il futuro per la casa di Arese e tutto sommato costava due milioni e mezzo di lire, niente male direi.

Nel 1975 venne introdotta una versione “economica” come risposta allo shock petrolifero, com un motore 1600 a potenza ridotta e un’aria più “povera”, ma ebbe un discreto successo do publico, anche per il prezzo  più basso.

alfetta

La gamma si ampliò successivamente con un innovativo  turbodiesel (il primo in Italia) e nuovi motori ad iniezione, fino al meraviglioso 2000 a fari rettangolari da 130 cavalli, un vero splendore, soprattutto nella versione Quadrifoglio Oro, massimo lusso di casa Alfa Romeo.

Inutile dire che l’Alfetta entrò con prepotenza nella dotazione delle nostre forze dell’ordine, con l’elegantissima livrea blu notte dei Carabinieri o il verde salvia poi biancocelesti dei colleghi della madama, rendendosi protagonista in un’infinità di poliziotteschi, anche, ovviamente, come macchina da balordi.

Nel 1983 tutta la gamma subì un ulteriore lifting  con delle fasce paracolpi laterali molto estese, cornice plastica dei fanali posteriori che ne resero la linea pasticciata e pesante.

Dal 1984 fu sostituita dalla ipertrofica Alfa 90, tutto sommato una versione “gonfiata” volta a spingere la berlina di Arese verso l’alto nel ranking automobilistico europeo.

Alfetta

C’è un futuro per l’Alfetta?

Parlare di programmi per il marchio del biscione oggi è veramente problematico.

Le prossime generazioni probabilmente non ricorderanno neanche più il senso di sportività e originalità che caratterizzava le belve del Portello, per cui l’idea stessa di berlina sportiva temo sia da mettere in soffitta e la generazione dei “maschi alfa” potrà dirsi definitivamente estinta.

Oggi è già tanto vedere su strada la nuova Giulia e le prospettive non vanno oltre la gamma dei SUV e forse una nuova Giulietta.

A meno che la nuova dirigenza Stellantis si accorga che il brand Alfa possa dare lustro a tutto il gruppo, ma qui siamo nel campo della fantascienza e, sinceramente, non è il caso di illudersi…

Alfetta

 

 

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